domenica 5 marzo 2017

LETTURE E RECENSIONI: LA VICENDA DI MONS. GIANDOMENICO FALCONI – PRELATO DI ACQUAVIVA E DI ALTAMURA di LUCIANO ROTOLO


La preziosa opera di ricerca storica di don Luciano Rotolo, confluita in quest’opera ha come significativo sottotitolo “Un Vescovo e  un patriota nella bufera dell’invasione piemontese”.
La storia la scrivono i vincitori, si sa, e non è dato conoscere un’eccezione a questa regola. Già l’Antica Roma aveva istituzionalizzato la damnatio memoriae, come pena riservata al traditore – vero o presunto – le cui gesta o la cui persona non meritasse neppure il ricordo, una condanna all’oblio che si traduceva nella distruzione fisica di tutto ciò che ricordasse o potesse costituire memoria del condannato.
Giandomenico Falconi divenne vescovo di Acquaviva e Altamura a furor di popolo nel 1848 e la sua nomina fu confermata prima dal Pontefice Pio IX e poi dallo stesso Re Ferdinando II. Il legame con il Pontefice e con il Sovrano di Casa Borbonica costituirono un saldo punto di riferimento per Falconi che si prodigò in modo eccezionale verso il popolo che lo aveva acclamato propria Guida spirituale. Ma non bastarono le opere di filantropia, una fervida attenzione per le esigenze del popolo, l’ortodossia spirituale e l’attaccamento al Pontefice  ed un vivido spirito di Patria, a salvarlo dalla epurazione che la conquista piemontese operò nei territori del Regno delle Sue Sicilie.
E non fu azione solitaria dell’ormai riconosciuta azione anticlericale del solito Garibaldi, strumento acconcio nelle mani di fini strateghi, quanto piuttosto una sistematica politica di destituzione e di delegittimazione delle gerarchie ecclesiastiche che potevano in qualche modo essere fedeli o al Re Ferdinando II o al Papa Pio IX, entrambi obiettivi della politica espansionistica che condusse alla invasione cruenta del Regno delle Due Sicilie e dello Stato Pontificio.
Come tanti altri Vescovi, Mons. Falconi fu costretto all’esilio coatto, ad abbandonare la Diocesi per cui poteva essere, e lo era, un punto di riferimento imprescindibile.
Nel volume di Luciano Rotolo una parte centrale ed originale riveste il testo della Lettera Pastorale, redatta da Mons. Falconi il Venerdì Santo del 1861, dalla sede dell’esilio e pubblicata dal periodico “L’Unità Cattolica” nello stesso anno in un supplemento al n.22. In questo documento storico eccezionale, recuperato di recente grazie alla ricerca di don Luciano Rotolo, il presule non esita a denunciare la minoranza facinorosa che lo ha perseguitato, volendo colpire in lui la sua azione pastorale, ma –altresì – sullo sfondo del complesso scenario storico, manifesta la sua aspirazione ad una profonda opera di pacificazione sociale, improntata alla vera libertà: “…non è libertà quella che mena a sfogare gli odi, le vendette ed i rancori. …”, la vera libertà sta “…nel far trionfare la ragione, il diritto, la giustizia…”, concludendo in un afflato mistico che “Ubi Spiritus Domini, ibi libertas”.
Luciano Rotolo riporta l’interrogativo di Nunzio Mastrorocco, storico pugliese, il quale chiede in una sua ricerca, ancora influenzata dai pregiudizi ufficiali, se “potrebbe essere stato il Falconi un grande Prelato, malgrado tutto quello che si è scritto di lui in funzione di un eccessivo liberismo e cieco anticlericalismo che caratterizzava quel momento storico?»
A questa domanda l’opera del sacerdote Luciano Rotolo risponde senza sì e senza ma, con dovizia di argomentazioni storiche e di reperti inconfutabili: Mons. Falconi, ed assieme a lui, tanti altri, fu “vittima simbolica”, colpito nella sua innocenza solo per essere stato fedele al suo popolo, al suo Re e, soprattutto, al suo Papa, travolto dalla “bufera” dell’invasione piemontese.
By Michele Barbera 

sabato 25 febbraio 2017

TRUMP, OVVERO DELL’AUTODISTRUZIONE





Eletto Presidente quasi per caso (se è vero quello che lui ha detto a Berlusconi e se è vero quello che dicono tutti), Ciuffone Trump è diventato un simpaticone: ci ha insegnato che si può governare gli Stati Uniti (l’America per eccellenza) come se si giocasse a Risiko o a Monopoly. Ed il muro lo faccio anzi no, dazi a manata, strappo dei trattati, un missile qua, no, mi piace là. E Putin lo voglio, no, non mi piace. E la Cina stia attenta. Ma perché? In fondo siamo amici. Grandi idee, sicuro, forse non ben chiare.
Non che in Italia siamo messi meglio. La politica, ahinoi, ci ha abituati ai voltagabbana, agli opportunisti, agli avventurieri ed agli apprendisti stregoni, ai profeti del giorno dopo ed alle congiure del giorno prima.  
Ma in America è diverso, è tutto più grande, più fantastico. 
Debbo dare ragione a quel buon uomo che disse l’America è come un grande stomaco: digerisce di tutto. Pure un Presidente pasticcione alla Casa Bianca. Einstein catechizzò che Dio non gioca a dadi con l’universo. Ecco, a Trump quell’Einstein gli deve stare sulle scatole. Meglio fare un po’ di casino e, pazienza, se poi finisce come ad Atlantic city ed è costretto a chiudere i battenti. Per l’intanto, divertiamoci, mettiamo paura agli altri, cavoli, godiamocela un po’ la Casa Bianca.  
Ciuffone Trump è, pure, in grado di cancellare l’effetto serra, l’inquinamento atmosferico (vuoi mettere il sano smog delle metropoli?) e pure quegli antipatici dei messicani. Una vera e propria idiosincrasia. Forse avrà avuto qualche governante messicana che non gliel’ha data o un giardiniere che potava male le rose.
Simpaticone quel Ciuffone Trump. Anche per come rimbrotta la moglie davanti a mezzo mondo. Ma si sa le donne non ne capiscono nulla di politica, che vuole quella di più dalla vita che essere la moglie (la terza, che a chiamarla “first” lady Ciuffone si mette a ridere) di lui, di Ciuffone Trump? Ed allora dovrebbe starsene a tranquilla in qualche beauty e non ocheggiare dietro di lui. Già. 
Lui sì, Ciuffone, che di donne se ne intende.
L’America sarà anche un grande stomaco. Ma speriamo che evacui presto. Altrimenti qualcuno dovrà darle un lassativo.
By Michele Barbera

martedì 21 febbraio 2017

TASSARE I ROBOT? MEGLIO TASSARE I PROFITTI DEI SUPER RICCHI



L'arciplurimiliardario Bill Gates invoca la tassazione sui robot perché (lui dice) tolgono lavoro agli esseri umani, in virtù di una "equiparazione" secondo cui il lavoro di un robot deve essere equiparato a quello di un essere umano. E perciò deve essere tassato. Una boiata pazzesca. 
Un uomo che lavora ha una sua identità, una sua persona, può infortunarsi, può avere una famiglia, altri interessi oltre il lavoro. Ha necessità di servizi come la scuola, la sanità, la previdenza. Ha dei passatempi, può leggersi un libro o scrivere un post su un blog.
Un uomo non è una macchina che si sfascia e si ripara. Una macchina non ha bisogno di dormire, di giorni liberi, ferie o tempo per svagarsi. 
Un uomo sì e Bill Gates non mi convincerà mai del contrario. 
Semmai, tassiamo i "super profitti", a Bill Gates in primis, quelle rendite parassitarie che derivano dall'uso subdolo di internet e dei software, liberiamoci da quelle gabbie economiche che estorcono soldi ai consumatori con truffe legalizzate o dai trucchi come l'obsolescenza programmata di elettrodomestici o apparecchiature che invogliano alla sostituzione immediata ed al super consumismo. 
Ci sarebbe lavoro anche a riparare le macchine, piuttosto che ingrassare le multinazionali, cambiando la lavatrice ed il frigorifero ogni due anni.
Miliardi e miliardi di dollari che maturano con un clic, grazie ad algoritmi parassiti ed a programmi fishing che sfruttano l'iperconsumismo. 
Quelle di Bill Gates sono lacrime di coccodrillo.
Sono i "superprofitti" che scatenano le disuguaglianze sociali, le guerre, i conflitti. E' la corsa al potere, alla ricchezza, al benessere. Vige solo una regola: quella del più forte. E del più avido.
Superprofitti non correlati a lavoro o a investimenti  ma solo a furbizie informatiche, a trappole tecnologiche, sfruttamenti di risorse in modo sregolato ed a sperequazioni favorite dal "libero" (si fa per dire) mercato.
E quando questo non basta a soddisfare l'avidità dei padroni del denaro, ecco una crisi finanziaria che divora risparmi e futuro del popolino ignorante, per renderlo ancora più schiavo dei suoi bisogni: ma tranquilli, il denaro non si è volatilizzato, ma solo trasferito di mano, inghiottito dalle capaci tasche degli speculatori.
Ora i supermiliardari del mondo hanno paura, paura di perdere il controllo di quei meccanismi sociali e politici che garantiscono la loro ricchezza e cercano alibi paranoidi che non hanno. 
Eppure basterebbe ricreare le condizioni di sviluppo locale, senza colonialismi economici e fare a meno di globalizzazioni senza regole e, sopratutto, basterebbe vietare (e lo si potrebbe fare) i superprofitti e le rendite parassitarie: miliardi di dollari generati dalla disperazione e dallo sfruttamento dei poveri. Questo sì che sarebbe rispettoso dell'uomo e si potrebbe realizzare. Basta volerlo.
By Michele Barbera  

domenica 19 febbraio 2017

UNA STORIA, LE STORIE


E' difficile a volte cambiare. Ma senza cambiamenti non si scrive la storia, nessuna storia. A volte, magari, si torna con la mente al passato, con i ricordi, le memorie. Ma nessuno può fermare quel fiume immenso che è il progresso storico, umano e sociale: e quando ci illudiamo di essere fermi, proprio in quel momento la corrente ci strascina oltre, ancora più avanti, inconsapevolmente.
Così anche noi - nel nostro piccolo - sentiamo a volte l'esigenza di cambiare, e non è semplicemente una questione di moda. Piuttosto, di allargare orizzonti, confini, idee. 
E ciò nell'intento di captare l'onda lunga della coscienza collettiva, della sensibilità che ci fa vedere l' "oltre", al di là degli schemi, dell'informazione precotta e delle idee congelate. 
Questo blog, ormai, non è più mio, o, meglio non è solo mio; e quasi mi seccherebbe che lo fosse. 
Spesso mi è capitato di avere un dialogo dietro le quinte con i miei lettori, ogni tanto ricevo idee, suggerimenti, riflessioni di un pubblico che non sapevo e che mi lusinga di avere. 
Ora ci sono i miei "ragazzi" (chiamarli redazione proprio non si può). Hanno dato una spinta creativa al blog, riservandomi l'onore di "non mettermi da parte". 
E' utile il confronto con i più giovani, con chi ti vede allo specchio. 
Così l'altra sera in pizzeria, è venuta fuori l'idea di raccontare nel blog "un'altra storia". 
La nostra storia, senza pretese, né paura. Una storia che riteniamo importante, scritta con i libri, con la cronaca, con la libertà di chi non deve rendere conto a nessuno se non alla propria coscienza. Non abbiamo pretese di verità, ma di libertà. Nel rispetto degli altri, ma senza timori reverenziali. Con il gusto per l'inedito o l'inusuale. 
Informazione piccola, locale, ma anche momenti di pensiero collettivo, sui grandi eventi e su ciò che per noi conta. 
I post continueranno (almeno per ora) ad avere la firma del "sottoscritto, personalmente di persona", ma dietro avranno le idee, la creatività, dei miei strani, geniali ed "anonimi" (almeno per ora) sponsor. 
Un saluto a tutti, con l'augurio di avervi sempre come lettori, e vi assicuro che sarà tutta "un'altra storia". 
By Michele Barbera 

giovedì 16 febbraio 2017

NON GIUDICATE QUELLA MADRE


La vicenda triste di Lavagna, con il giovane che si è suicidato perché sorpreso con l'hashish, davanti agli occhi della Guardia di Finanza che stava perquisendo la casa e davanti gli occhi della madre, ci insegna molto. Ci insegna a non fidarci delle apparenze, perché non è stato un controllo casuale, ma è stata la madre a chiamare gli agenti, perché non c'era altro modo e non sopportava più di vedere suo figlio quindicenne soffocare tra le spire di quel maledetto mostro chiamato droga. Ci insegna a non fidarci di chi vuole che le droghe siano liberalizzate, che le distingue tra leggere e pesanti, che non legge negli occhi del drogato il dramma di un'esistenza perduta già a soli quindici anni. Ci insegna ad amare il coraggio di una madre che davanti la bara del figlio trova la forza per denunciare che lo “sballo” è qualcosa di profondamente sbagliato, che non porta da nessuna parte, che è un atto contro la vita. Ci insegna ad apprezzare la vita, che intorno a noi c'è un mondo che merita di essere esplorato, vissuto, che nessuna difficoltà può essere tanto grande da farci rifiutare i nostri errori e le nostre mancanze. La vicenda di Lavagna ci insegna che la famiglia non è un foglio anagrafico, ma un luogo di incontro e di scontro, un qualcosa che si costruisce ogni giorno e che cresce assieme a noi, anche con i nostri sbagli e con le critiche degli altri. Un luogo dove il silenzio può essere il peggiore dei mali. Dove chiedere aiuto, trovare rifugio, che significa anche ammettere i propri errori, sicuri che troveremo conforto e che prima ancora della pena arriverà il perdono. Significa anche che essere genitori e figli non è vivere a compartimenti stagni, ma essere vasi comunicanti, che lo si voglia o no e che quel che succede ad uno lo vivono anche gli altri. La vicenda di Lavagna insegna molto, anche che l'amore di una madre è il più grande dono che possiamo ricevere e rifiutarlo è il peggiore dei mali, anzi, è il rifiuto stesso della vita.
By Michele Barbera